Centrodestra, perché martedì può essere il giorno della rottura: Silvio Berlusconi e Giorgia Meloni in trincea

Il centrodestra rischia un epilogo che più triste non si può. Tornato prima coalizione il 4 marzo con il consenso del 37% degli italiani, cresciuto di altri due punti negli ultimi sondaggi, beneficiato dal rientro di Silvio Berlusconi nel novero dei candidabili, non è mai stato così vicino all’esplosione definitiva. Tutto dipenderà dal governo gialloverde in gestazione in queste ore. Se si farà (come appare probabile) e durerà più di qualche mese (qui le chance scendono un po’), è impensabile, realisticamente, che l’accordo tra Matteo Salvini, il Cavaliere e Giorgia Meloni possa sopravvivere.

Il detonatore innescato è il doppio ruolo del segretario della Lega. È evidente che i suoi alleati non intendono più riconoscerlo leader della coalizione se proseguirà nel cammino accanto a Luigi Di Maio. Il fondatore di Forza Italia è stato chiaro: nella trattativa con i grillini «Salvini ha sempre e soltanto parlato a nome proprio e della Lega». Almeno in questo, la Meloni la pensa come lui: «Al tavolo con i Cinque Stelle Salvini non parla a nome del centrodestra, ma della sola Lega».

Non sono parole dettate dall’ira del momento, ma – al contrario – l’edulcorazione di un sentimento diffuso nei due partiti. Renato Brunetta ieri ha accusato il capo delle camicie verdi di avere «tradito gli impegni che il centrodestra aveva preso con 12 milioni di elettori». L’economista azzurro teme che l’alleanza con il M5S non sia momentanea, ma nasconda «una prospettiva strategica, di lungo periodo»: dare vita a quello che chiama “Pup”, il Partito unico dei populisti, «che distruggerà il Paese». Per Antonio Tajani, ormai numero due del partito, l’accordo Di Maio-Salvini è addirittura «l’inizio di un percorso per arrivare alla dittatura». E Fabio Rampelli, capogruppo di Fdi alla Camera, vede i leghisti già intenti a creare «una Rai di regime» assieme ai Cinque Stelle.

E questo è solo il “normale” fuoco di sbarramento: il peggio deve ancora venire e inizierà tra pochi giorni, nel momento in cui il parlamento sarà chiamato a votare la fiducia al nuovo esecutivo.

L’ufficio di presidenza degli azzurri dovrebbe riunirsi martedì per decidere la linea da prendere: a quanto riferiva ieri chi è in stretto contatto con Berlusconi, è molto probabile che la linea del voto contrario abbia la meglio su quella della semplice astensione. Stessa scelta, si apprende, dovrebbe essere adottata dal partito della Meloni. Ma quanto può sopravvivere una coalizione i cui componenti fanno ogni giorno la guerra a colui che dovrebbe essere il loro leader?

A questo punto sarebbe bello scrivere che la dissoluzione del centrodestra non gioverebbe a nessuno, perché causerebbe la fine di tantissimi governi locali, cominciando da quelli di sei regioni e diciotto capoluoghi di provincia. Ma la verità, come dimostra il successo dei governatori leghisti Attilio Fontana, Luca Zaia e Massimiliano Fedriga, è che in tantissime piazze del Nord il Carroccio può fare a meno dei suoi attuali alleati. E che se davvero li rimpiazzasse con il Movimento Cinque Stelle, come teme Brunetta, a tutti gli altri non resterebbero nemmeno gli avanzi, almeno per un po’.

 

 

 

 

 

 

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